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Fotografia naturalistica etica: come fotografare gli animali senza disturbarli

Ogni volta che fotografiamo un animale selvatico entriamo in una situazione che non abbiamo creato noi.

L’animale era già lì. Stava mangiando, riposando, spostandosi, controllando il territorio oppure semplicemente cercando di non farsi vedere. Poi arriviamo noi, con una fotocamera, un teleobiettivo e un’idea abbastanza precisa dell’immagine che vorremmo ottenere.

È in quel momento che nasce il problema.

Non perché fotografare la fauna sia sbagliato. Al contrario, la fotografia naturalistica può essere uno strumento straordinario di conoscenza, divulgazione e tutela. Il problema nasce quando il desiderio di ottenere una fotografia diventa più importante di ciò che sta accadendo davanti all’obiettivo.

Ci convinciamo facilmente che basti non toccare nulla, non fare rumore e mantenere una certa distanza. Ma il disturbo non è sempre evidente. Non comincia necessariamente con una fuga improvvisa. Molto spesso inizia prima, in modo quasi impercettibile.

Un animale solleva la testa. Interrompe ciò che stava facendo. Guarda nella nostra direzione. Cambia posizione. Si sposta di pochi metri.

Noi continuiamo a fotografare perché, in fondo, non è scappato.

Eppure qualcosa è già cambiato.


Fotografare un comportamento che abbiamo modificato

Questa è forse la contraddizione più interessante della fotografia naturalistica.

Cerchiamo un comportamento spontaneo, ma rischiamo di alterarlo proprio nel tentativo di documentarlo.

Un cervo che continua a guardare verso il fotografo non sta più vivendo il proprio momento indisturbato. Sta valutando una possibile minaccia.

Un uccello che cambia posatoio dopo il nostro avvicinamento non sta semplicemente offrendoci una nuova composizione. Sta cercando una posizione diversa perché qualcosa, nel suo ambiente, non gli sembra più sicuro.

A quel punto bisogna chiedersi che cosa stiamo realmente fotografando.

Il comportamento naturale dell’animale oppure la sua reazione alla nostra presenza?

Non è una domanda secondaria. È il centro stesso della fotografia naturalistica etica.

Perché una fotografia può apparire naturale anche quando la scena non lo è più.

Può essere ben composta, perfettamente esposta e tecnicamente impeccabile. Ma se il soggetto è in allerta, se ha interrotto l’alimentazione o se sta cercando di allontanarsi, quella fotografia racconta anche qualcosa del fotografo.

Racconta quanto spazio abbiamo deciso di occupare.


La distanza non è un numero

Si parla spesso di distanza di sicurezza, come se fosse possibile stabilire una misura valida per ogni specie, luogo e situazione.

In realtà la distanza non è mai soltanto una questione di metri.

Dipende dall’animale, dal momento, dall’ambiente e dalla pressione che quel soggetto ha già subito.

Un individuo abituato alla presenza umana può tollerare una vicinanza che per un altro sarebbe inaccettabile. Un animale durante il periodo riproduttivo può reagire in modo diverso rispetto allo stesso animale in un’altra stagione. La presenza di piccoli, scarsità di cibo o condizioni climatiche difficili possono rendere ogni disturbo più costoso.

Per questo la distanza dovrebbe essere letta attraverso il comportamento.

Quando l’animale cambia atteggiamento, la distanza non è più adeguata.

Il problema è che spesso il fotografo interpreta questi segnali in modo opportunistico. Se il soggetto non fugge, considera la situazione accettabile. Se rimane fermo, pensa che si sia abituato. Se guarda verso l’obiettivo, vede uno scatto interessante.

Ma restare fermi non significa necessariamente essere tranquilli.

Molti animali valutano il pericolo prima di decidere se allontanarsi. Alcuni si immobilizzano. Altri cercano di diventare meno visibili. Altri ancora restano vicino a un nido o a un piccolo perché non possono semplicemente abbandonarlo.

La tolleranza non è consenso.

È soltanto il comportamento che quell’animale sta adottando in quel momento.


Il problema dell’avvicinamento continuo

Quando un animale è lontano, la prima sensazione è quasi sempre la stessa: è troppo piccolo nell’inquadratura.

Lo sfondo occupa troppo spazio. Il soggetto non ha abbastanza presenza. La fotografia sembra debole.

A quel punto nasce la tentazione di guadagnare qualche metro.

Ci si sposta lentamente, cercando di non fare rumore. L’animale si accorge della presenza e si allontana leggermente. Il fotografo avanza ancora.

Si crea così una specie di inseguimento silenzioso nel quale la distanza rimane quasi costante, ma la pressione aumenta.

L’animale si sposta perché il fotografo avanza. Il fotografo avanza perché l’animale è ancora troppo lontano.

Non è più osservazione.

È una trattativa in cui soltanto una delle due parti ha deciso di partecipare.

In questi casi fermarsi è spesso la scelta migliore. Non soltanto dal punto di vista etico, ma anche fotografico.

Un animale che smette di sentirsi seguito può tornare a comportarsi in modo più naturale. Può ricominciare a mangiare, attraversare uno spazio aperto o muoversi spontaneamente nella scena.

Non sempre accade. A volte il soggetto scompare e la fotografia non arriva.

Fa parte del lavoro.

La fotografia naturalistica non garantisce risultati. Ed è proprio questa mancanza di controllo a renderla interessante.


Forse il soggetto non deve riempire l’inquadratura

L’idea che una buona fotografia naturalistica debba mostrare il soggetto grande e dettagliato è piuttosto limitante.

Un animale non esiste separato dal suo ambiente.

Il territorio racconta dove vive, come si muove, da che cosa si nasconde e quali condizioni deve affrontare.

Un soggetto piccolo all’interno di un paesaggio può comunicare molto più di un ritratto stretto.

Può raccontare la fragilità di una presenza in un ambiente enorme. Può mostrare il mimetismo. Può rendere visibile il rapporto tra l’animale e il clima, la vegetazione o la morfologia del territorio.

In questo senso, la distanza non è necessariamente un difetto tecnico.

Può diventare parte del racconto.

Il problema è che siamo abituati a giudicare una fotografia anche attraverso l’immediatezza. Un primo piano colpisce subito. Un’immagine ambientata richiede più attenzione.

Ma la fotografia naturalistica non dovrebbe limitarsi a dimostrare quanto eravamo vicini.

Dovrebbe raccontare dove si trovava l’animale e che cosa significava incontrarlo in quel luogo.


Il teleobiettivo come strumento di distanza

Un teleobiettivo lungo viene descritto spesso come uno strumento capace di avvicinare il soggetto.

È una definizione tecnicamente corretta, ma concettualmente pericolosa.

Il teleobiettivo dovrebbe servire soprattutto a mantenere lontano il fotografo.

Una focale lunga permette di osservare e fotografare senza entrare nello spazio immediato dell’animale. Consente di lavorare sulla composizione, isolare il soggetto oppure inserirlo in una porzione selezionata dell’ambiente.

Ma anche il teleobiettivo più potente non risolve il problema dell’etica.

Può anzi creare una falsa sensazione di legittimità. Si pensa che, avendo un 500 o un 600 millimetri, si possa comunque continuare ad avanzare finché il soggetto non riempie l’inquadratura.

A quel punto l’attrezzatura smette di essere uno strumento di distanza e diventa uno strumento per massimizzare la vicinanza.

La differenza sta nell’intenzione.

Un ritaglio moderato in postproduzione non è una sconfitta. Una fotografia più larga non è necessariamente incompleta.

Molto spesso il limite non è la focale.

È l’incapacità di accettare che il soggetto rimanga più lontano di quanto avremmo desiderato.


Aspettare significa rinunciare al controllo

L’attesa viene spesso descritta come una qualità quasi romantica del fotografo naturalista.

In realtà è qualcosa di molto concreto e, a tratti, scomodo.

Aspettare significa non sapere se accadrà qualcosa.

Significa restare fermi mentre la luce peggiora, mentre il soggetto rimane nascosto oppure mentre tutto sembra svolgersi nella direzione sbagliata.

Ma l’attesa modifica il rapporto con l’ambiente.

Quando smettiamo di inseguire, iniziamo a osservare.

Ci accorgiamo dei passaggi utilizzati dagli animali, delle direzioni del vento, dei rumori che anticipano un movimento e delle zone in cui un soggetto si sente più sicuro.

La fotografia diventa meno reattiva e più consapevole.

Non si tratta più di rincorrere ciò che appare. Si tratta di provare a comprendere ciò che potrebbe accadere.

Questo non garantisce una fotografia migliore, ma produce un approccio migliore.

Ed è spesso da un approccio migliore che nascono le immagini più interessanti.


Il mimetismo non dovrebbe essere un lasciapassare

Anche il mimetismo pone una questione simile.

Diventare meno visibili può ridurre il disturbo, ma può anche essere utilizzato per entrare più vicino senza essere percepiti.

La differenza non sta nell’abbigliamento o nella struttura dell’appostamento. Sta nel modo in cui vengono utilizzati.

Un capanno, una rete o un abbigliamento mimetico dovrebbero servire a ridurre movimenti, rumori e presenza visiva. Non dovrebbero diventare il modo per superare ogni limite e collocarsi in una posizione che, a volto scoperto, sarebbe chiaramente invasiva.

Anche il luogo dell’appostamento conta.

Se blocchiamo un passaggio, ci posizioniamo vicino a un nido, danneggiamo la vegetazione o costringiamo l’animale a cambiare percorso, il fatto di essere invisibili non rende il comportamento più corretto.

Lo rende soltanto meno evidente.

La fotografia naturalistica etica non consiste nel non farsi scoprire.

Consiste nel non diventare un problema.


I momenti più delicati sono spesso i più fotografati

Nidi, tane, corteggiamento e piccoli attirano inevitabilmente l’interesse dei fotografi.

Sono momenti rari, emotivamente potenti e visivamente molto forti.

Sono anche i momenti in cui il margine di errore si riduce.

Un adulto che evita di raggiungere il nido, anche solo per alcuni minuti, potrebbe lasciare i piccoli esposti. Un animale che viene disturbato durante l’alimentazione può perdere tempo ed energie. Un soggetto già impegnato nella difesa del territorio può percepire la presenza umana come un’ulteriore minaccia.

Il problema è che il fotografo vede un’opportunità, mentre l’animale sta affrontando una fase delicata della propria esistenza.

In questi casi la domanda non dovrebbe essere: “Quanto posso avvicinarmi?”

Dovrebbe essere: “È davvero necessario rimanere qui?”

A volte la scelta più competente consiste nell’allontanarsi prima ancora di sollevare la fotocamera.

È una decisione che non produce fotografie e quindi non viene mostrata.

Ma racconta molto della qualità di un fotografo.


Quando la scena viene costruita

Cibo, richiami sonori e altri stimoli rendono la presenza dell’animale più prevedibile.

Il soggetto arriva nel punto scelto. Si volta nella direzione desiderata. Rimane abbastanza a lungo da permettere una serie di scatti.

Il risultato può sembrare naturale.

Ma la scena non lo è più completamente.

L’animale sta reagendo a una condizione creata dal fotografo.

Questo non riguarda soltanto la purezza dell’immagine. Riguarda le conseguenze.

Un animale abituato al cibo umano può modificare il proprio comportamento. Un uccello richiamato attraverso il playback può interrompere altre attività per rispondere a un presunto rivale. Un soggetto attirato ripetutamente nello stesso punto può diventare più esposto.

Il fatto che la pratica produca una buona fotografia non dimostra che sia innocua.

Semmai dimostra quanto sia facile confondere efficacia e correttezza.

Una fotografia naturalistica dovrebbe documentare ciò che l’animale fa.

Non ciò che siamo riusciti a fargli fare.


Anche la luce può diventare invasiva

Luci artificiali e flash vengono spesso discussi in modo troppo semplice.

C’è chi li considera sempre dannosi e chi li ritiene innocui perché l’animale non mostra una reazione evidente.

La realtà è più complessa.

Specie diverse reagiscono in modi diversi. Cambiano la distanza, l’intensità, la frequenza e il contesto.

Il problema nasce quando l’incertezza viene trattata come un’autorizzazione.

Se non sappiamo quale effetto possa avere una serie di flash su un animale notturno, non dovremmo concludere che sia accettabile perché il soggetto non fugge.

Dovremmo riconoscere di non avere abbastanza elementi.

Nella fotografia naturalistica, l’incertezza dovrebbe portare alla prudenza.

Non alla sperimentazione sul soggetto.


Il drone e l’illusione della distanza

Il drone introduce una forma particolare di separazione.

Il pilota è fisicamente lontano, spesso fuori dalla percezione diretta dell’animale. Questo può creare la sensazione che l’interferenza sia minima.

Ma l’animale non reagisce al pilota.

Reagisce al drone.

Rumore, movimento e avvicinamento dall’alto possono essere interpretati come una minaccia. Un soggetto che cambia direzione, interrompe l’alimentazione o tenta di allontanarsi non sta partecipando a una ripresa dinamica.

Sta reagendo.

La questione normativa rimane importante, ma non è sufficiente.

Un volo può essere legalmente consentito e comunque essere inopportuno.

Questo vale per il drone come per qualsiasi altra attrezzatura.

La legge stabilisce il limite minimo.

L’etica richiede una valutazione ulteriore.


La responsabilità continua dopo lo scatto

La fotografia naturalistica non termina quando torniamo a casa.

Continua nel momento in cui scegliamo come pubblicare l’immagine.

Una posizione precisa, un riferimento facilmente riconoscibile o una traccia GPS possono trasformare un incontro isolato in una destinazione.

Ciò che un singolo fotografo ha gestito con attenzione può essere replicato da decine di persone con livelli diversi di esperienza e sensibilità.

Questo è particolarmente importante quando si tratta di nidi, tane, specie rare o animali particolarmente confidenti.

Condividere non è sempre neutrale.

Ogni informazione può produrre conseguenze.

Non significa nascondere tutto o trasformare la fotografia naturalistica in un’attività segreta. Significa valutare se la diffusione di un’informazione possa aumentare la pressione su un soggetto o su un luogo fragile.

A volte proteggere un animale significa anche non dire esattamente dove si trova.


La fotografia a cui si rinuncia

Credo che uno dei passaggi più difficili nella crescita di un fotografo naturalista sia imparare a rinunciare.

All’inizio si pensa soprattutto a come ottenere la fotografia.

Con il tempo si impara anche a capire quando non cercarla.

Rinunciare a un avvicinamento, a un punto di ripresa o a una scena non significa aver fallito.

Significa aver riconosciuto che il soggetto non esiste per completare il nostro portfolio.

Non tutte le situazioni devono produrre un’immagine.

Alcune possono rimanere osservazioni. Altre soltanto ricordi.

In un ambiente dominato dalla necessità di pubblicare, mostrare e dimostrare, questa rinuncia può sembrare poco produttiva.

In realtà è una delle forme più concrete di professionalità.


Una domanda prima di ogni fotografia

Alla fine, la fotografia naturalistica etica non dipende da una lista infinita di regole.

Dipende soprattutto dalla capacità di porsi una domanda semplice:

Se io non fossi qui, questo animale si comporterebbe nello stesso modo?

Non è una formula perfetta.

La nostra presenza avrà quasi sempre un effetto, anche minimo. Ma la domanda costringe a spostare l’attenzione dalla fotografia al soggetto.

Ci obbliga a osservare ciò che sta accadendo, non soltanto ciò che appare nel mirino.

Quando la risposta è chiaramente negativa, probabilmente abbiamo già superato il limite.

A quel punto possiamo arretrare, cambiare posizione oppure abbassare la fotocamera.

Non porteremo a casa ogni fotografia.

Ma forse è proprio questa la differenza tra fotografare la natura e limitarsi a usarla come sfondo.


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